Lavoro: patrizi e plebei, una società che si perpetua
Oggi celebriamo la Festa dei Lavoratori, un rito collettivo fatto di concerti, bandiere e, per i più fortunati, una gita fuori porta. Ma se grattiamo via la vernice fresca della retorica festiva, cosa resta?
Io da quando mi sono svegliata penso a quello che per me è il Lavoratore: uno che sgobba tutta la vita per dare un futuro anche lavorativo più roseo alla propria famiglia, come il mio papà. Antonio lo ricordo da quando sono piccola sotto le macchine a sistemarle. Un lavoro così faticoso che anche al freddo pungente di Milano d’inverno stava sotto le macchine in maglietta. Il lavoratore suda…in siciliano lavorare si dice travagghiare, derivante dal latino tripalium (strumento di tortura). Sottolinea l’idea del lavoro come fatica, sforzo e impegno fisico, spesso associato a qualcosa ottenuto con sudore e dedizione, ma anche con amore. E sua moglie Antonia non è da meno. Lavoratrice elevata allo 0 – perché per le donne è sempre più difficile. Perché ha lavorato per anni come impiegata, in casa come casalinga e mamma. Oggi finalmente pensionati, entrambi prendono una miseria. Poi penso a uno come Matteo Salvini che nella vita non ha mai fatto altro che sparare stupidaggini e a tutti coloro che al governo si sono alzati gli stipendi, i vitalizi e abbassati le giornate di lavoro. Questo per me non è affatto lavorare eppure Salvini e la Ducetta si sono appena comprati ville che manco Versailles…
Ecco cosa resta: resta il sospetto che, nonostante i millenni trascorsi, il DNA della nostra società non sia poi così cambiato dai tempi del Foro Romano.
C’era una volta la distinzione tra chi possedeva la terra (i patrizi) e chi possedeva soltanto le proprie braccia e la propria prole (i plebei). Oggi non indossiamo più la toga, ma la struttura piramidale sembra aver resistito alle intemperie della storia.
Dall’antica Roma al sistema feudale, fino alla rivoluzione industriale, fino all’era del silicio, la divisione in classi non è mai stata davvero superata; ha soltanto cambiato guardaroba. Ieri erano i latifondi, oggi sono i capitali azionari e i brevetti tecnologici. La domanda rimane la stessa: chi detiene i mezzi di produzione e chi, invece, affitta il proprio tempo per sopravvivere?
Se un tempo la secessione della plebe avveniva sull’Aventino, poi la lotta di classe si è esasperata con il sistema feudale, oggi la protesta si sposta sui social o nelle piazze digitali. Eppure, il precariato moderno somiglia terribilmente a quella condizione di incertezza che i romani conoscevano bene.
Il Gig Worker è il nuovo plebeo che insegue una notifica sullo smartphone, l’Elite Tech rappresentano i nuovi patrizi che decidono le regole d’ingaggio di un mercato sempre più immateriale. E nel gradino più basso della scala sociale permane il ceto medio: una classe che svanisce, schiacciata tra l’ambizione di ascesa e la paura della caduta.
Non è solo una questione di diritti acquisiti o di ferie pagate. Celebrare la Festa dei Lavoratori oggi significa riconoscere che il conflitto sociale non è un reperto archeologico. La disparità salariale e l’accesso diseguale alle opportunità ci ricordano che la «pax sociale» è spesso solo un fragile armistizio. Dovremmo chiederci: abbiamo davvero superato la divisione in classi o abbiamo soltanto perfezionato il modo in cui la raccontiamo? Perché i ricchi restano sempre ricchi e i poveri muoiono poveri?
Mentre la retorica del «self-made man» ci bombarda di storie eccezionali, la statistica ci sussurra una verità diversa: la posizione di partenza determina quasi sempre il traguardo. Non è soltanto questione di quanto hai in banca, ma di come il sistema protegge chi ha e penalizza chi insegue.
La differenza fondamentale tra un «Patrizio» moderno e un «Plebeo» sta nella natura delle loro entrate: il ricco vive di rendita (Capitale): il denaro dei ricchi lavora per loro. Investimenti, proprietà e asset crescono in modo esponenziale grazie all’interesse composto. Come diceva l’economista Thomas Piketty, quando il rendimento del capitale supera la crescita economica, i ricchi diventano inevitabilmente più ricchi senza muovere un dito.
Quando il tasso di rendimento del capitale supera il tasso di crescita della produzione e del reddito, come è avvenuto nel XIX secolo… il capitalismo genera automaticamente disuguaglianze insostenibili e arbitrarie che minacciano radicalmente i valori meritocratici su cui si fondano le nostre società democratiche
(Thomas Piketty)
D’altro canto, il povero vive di tempo (Lavoro): Il povero vende l’unica cosa che ha: il suo tempo. Ma il tempo è una risorsa finita e deperibile. Se smetti di lavorare, il flusso si ferma. Il povero scambia vita con sopravvivenza, senza mai riuscire ad accumulare quella «massa critica» necessaria a far lavorare il denaro al posto suo.
L’Eredità non è soltanto un bonifico: esiste un’eredità invisibile, il cosiddetto Capitale culturale e sociale.
I figli dei nuovi patrizi non ereditano solo ville; ereditano una rubrica telefonica, un linguaggio specifico, la capacità di navigare i sistemi di potere e, soprattutto, la libertà di fallire. Se un ricco fallisce un investimento, ha una rete di salvataggio. Se un povero sbaglia una scelta o ha un imprevisto medico – per i liberi professionisti che si ammalano di cancro non c’è alcuna tutela – finisce nel baratro. La povertà è costosa: le sanzioni, gli interessi sui debiti e la mancanza di tempo per la formazione creano una trappola che consuma ogni energia residua.
La classe dominante ha perfezionato un’arma narrativa potentissima: la meritocrazia – peccato che non mi sembra sia mai esistita, si pensi ai suddetti o a Trump. Ci dicono che se sei povero è perché non hai lavorato abbastanza o non sei stato abbastanza «smart».
Questa narrazione serve a giustificare il privilegio di chi sta in alto della serie “Sono qui perché lo merito”. O peggio a colpevolizzare chi sta in basso: “Sei lì perché non vali”.
In realtà, la meritocrazia senza pari opportunità è solo un modo elegante per chiamare l’ereditarietà. È una corsa dei 100 metri dove alcuni partono dal novantesimo metro e altri devono correre con uno zaino pieno di pietre.
Storicamente, le leggi sono state scritte da chi possedeva le terre. Oggi non è diverso. Il lavoro dipendente è tassato molto più pesantemente rispetto alle rendite finanziarie o ai grandi patrimoni. Mentre il plebeo vede la sua busta paga decurtata alla fonte, il patrizio può spostare capitali, usare paradisi fiscali o sfruttare deduzioni che soltanto chi ha grandi capitali può permettersi.
La divisione non è mai stata superata perché la povertà è funzionale al sistema. Per avere qualcuno che accumula senza produrre, serve qualcuno che produca senza accumulare.
Il 1° Maggio, allora, smette di essere una festa e diventa un promemoria: la ricchezza resta appiccicata alle mani di pochi non per merito divino, ma perché il gioco è truccato fin dalla distribuzione delle carte. Superare la divisione patrizi-plebei richiederebbe non soltanto una riforma dei salari, ma una redistribuzione radicale di quel “punto di partenza” che oggi chiamiamo eredità.

