Ricordando Paolo Villaggio

Negli anni del boom economico aveva dato la sua lucida e inquieta visione del mondo del lavoro: l’impiegato, una merdaccia serva del padrone. Perché i potenti proprio a Paolo Villaggio, scomparso oggi, 3 luglio 2017, non piacevano. Anche in una canzone scritta per l’amico Fabrizio De Andrè, se l’era presa con quello spilorcio di Carlo Martello. Dopo i primi tre Fantozzi, veri e propri capolavori del cinema degli anni Settanta, era caduto nella trappola del tormentone che iterava le scene cult dei primi tre che rimangono ineguagliabili e insuperabili. Aveva anticipato la moda del ristorante giapponese, dove servono il buon cane della signorina Silvani, orrendo oggetto del desiderio, a dispetto di una moglie servile, innamoratissima che cede alle tentazioni dello sfilatino, come la figlia-uomo. Risate amare con il duca conte, quello che non vuole gli si porti scarogna. Superstizione, uno degli aspetti dell’ignoranza diffusa che la fa da padrona anche con il congiuntivo sempre sbagliato. Momenti di vana ribellione che gli si ritorce contro. Meravigliose e nel mito le prime scene mistiche. E una quantità incredibile di scene cult. Perché l’umorismo di Villaggio era pirandelliano, ossia scateneto da una tragedia. Io ho passato la mattinata a scambiarle con gli amici.

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