Le due mostre di Milano a gennaio: Fata Morgana e il polittico dei Crivelli

Fata Morgana: memorie dall’invisibile

Mancano pochissimi giorni (fino al 4 gennaio) per vedere una mostra davvero imperdibile: Fata Morgana: memorie dall’invisibile a Palazzo Morando, ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi, che come sempre non sbaglia un colpo. La mostra si sviluppa intorno all’idea che l’invisibile non sia ciò che manca, ma ciò che è celato, dimenticato o distorto. Il titolo, infatti, richiama il miraggio della Fata Morgana, un’illusione che proietta immagini di oggetti lontani rendendoli visibili ma «irreali».
Varcata la soglia di Palazzo Morando, la Milano della moda e del costume si dissolve per lasciare il posto a un miraggio inquietante: la mostra si presenta come un incantesimo visivo, ma attenzione: è un incantesimo che non vuole rassicurare, bensì svelare l’inganno.

Fata Morgana, ha già cambiato ogni profilo
Aspetto a parlare prima che l’illusione si sia mossa
Poi scopro il confine che dall’infinito vola dentro di me
Morgana

(Litfiba)

Palazzo Morando è scelto da Fondazione Trussardi perché la contessa Lydia Caprara Morando Attendolo Bolognini, teosofa appassionata di alchimia, qui praticava sedute spiritiche all’inizio del XX secolo. A fantasmi, spiriti e altre apparizioni, mistici, santi, visionari e suore evocati dalla padrona di casa si aggiungono le visioni delle opere esposte.
Fata Morgana è quel fenomeno ottico che sospende città e navi tra cielo e mare, rendendo tangibile l’impossibile. Qui, le sale settecentesche del Palazzo diventano il teatro di un’apparizione dove il passato non è morto, ma fluttua come un fantasma che rifiuta di essere dimenticato.
Abiti e tessuti sembrano aver perso il corpo che li abitava, diventando simulacri di un’eleganza che oggi appare spettrale vita sospesa.
Fotografie e installazioni catturano angoli di mondo destinati a scomparire, trasformando la cronaca in mito. Paesaggi dell’assenza in cui possono sbocciare Fiori di carne. litografie di mandala, in cui a ben vedere nella matassa di tutti i segni sono riconoscibili vagine. D’altronde questa mostra è al femminile non soltanto perché Fata Morgana è un’icona femminile complessa e ambigua, simbolo di potere femminile, mistero, libertà e resistenza, che incarna la dualità tra guida e inganno, ma anche perché in mostra sono esposte prevalentemente autrici donne. Su tutte centro nevralgico della mostra è rappresentato da un corpus raro di 16 tele di Hilma af Klint, esposte per la prima volta in Italia.
Le sue opere, come la serie Primordial Chaos, non nascono da un intento puramente estetico ma da una “dettatura” dell’anima avvenuta durante sedute medianiche, un po’ come il Soul collage®.
Af Klint anticipa l’astrazione di Kandinsky e Mondrian, utilizzando geometrie cosmiche e diagrammi astratti per dare forma a messaggi ultraterreni. L’invisibile qui diventa un linguaggio fatto di spirali, colori vibranti e simmetrie che cercano di spiegare l’architettura dell’universo.
Le foto di Linda Gazzera, provenienti dal Museo Lombroso, mostrano «materializzazioni» di sagome e mani durante sedute spiritiche.
Eusapia Palladino è una celebre medium presente in mostra attraverso documenti e testimonianze delle sue trance. Così la fotografia – arte eletta per cristallizzare la realtà tale e quale com’è hic e munc, in questo contesto invece cattura ciò che l’occhio umano non può vedere, trasformando il supporto tecnico in uno strumento magico.
In Conservative Ghost (Aetas Ferrea) 2024, Andreani dipinge un fantasma femminile che non è spettro ma memoria politica; Marianna Simnett, in Leda Was a Swan (2025), rielabora il mito come allucinazione digitale. In entrambe, la trance si sposta nel linguaggio tecnologico: la visione diventa algoritmo, la possessione si fa software.


I disegni geometrici realizzati da Emma Kunz con il pendolo su carta millimetrata sono mappe energetiche utilizzate per la guarigione.
Augustin Lesage e Victorien Sardousono invece persone comuni, senza alcuna formazione artistica, che hanno iniziato a dipingere o incidere opere incredibilmente complesse sotto la guida di presunte voci o entità. D’altro canto, ci sono donne illustri come Emma Jung, moglie di Carl Gustav Jung, che espone una inedita e sorprendente serie di disegni, che esplorano sogni e meccanismi interiori attraverso una simbologia psicologica profonda.
Fata Morgana d’altronde è secondo Andrè Breton, che ne scrisse un romanzo, un’illusione ottica che, pur non essendo tangibile, rivela verità profonde sulla nostra psiche.


Rosemarie Trockel, Apparition


Rosemarie Trockel, ci inoltra verso la fine del percorso espositivo con Apparition, Veronica con il volto di Cristo che si materializza bianco su carta nera. Bianco e nero che chiude la mostra con gli inquietanti dipinti in bianco e nero dell’artista americana Marian Spore Bush, che facevano parte di una serie creata nei primi anni Trenta, influenzata dalle sue visioni profetiche della Seconda Guerra Mondiale. Di Rosemarie è anche la mortale Madre Ecate, transizione tra terreno e ultraterreno che veglia su un bambino inquietante in una culla. Vicino al viso del bambino c’è una delle «nuova specie» di Günter Weseler realizzata in pelle di pecora, animata minacciosamente. Quest’opera, intitolata Fly Me to the Moon, è stata racchiusa da Trockel in un’incubatrice come installazione specifica del sito. Ecate lo osserva attraverso gli occhiali da immersione, che fungono da lente d’ingrandimento. Ora Trockel ha attaccato un corno a sfera di gomma alla corna della culla, che suonerà quando la culla si muove.
Ci sono anche presenze maschile nella mostra, quella di Marcel Duchamp, Max Ernst e Pierre Klossowski. Il maestro dadaista non può non farsi notare attraverso l’esposizione dei suoi ready-made più identificanti, Cadeau, il metronomo con occhio, la macchina da cucire nascosta da coperta. Il dadaista ci offre la chiave di lettura della mostra: l’atto creativo si spoglia della pretesa di «inventare» per farsi puro esercizio di apertura. L’artista non è più un artefice isolato, ma, secondo la celebre intuizione di Marcel Duchamp, agisce come una figura medianica: un tramite che cerca il varco verso una «radura» di senso, emergendo dai labirinti atemporali dell’immaginazione. La mostra incarna questa idea di creazione intesa come evento di passaggio: un flusso vitale che attraversa l’individuo per poi trascenderlo. Il corpo abbandona la sua dimensione puramente fisica per farsi preghiera e materia incandescente, in una tensione tra sacro e profano; la parola perde la sua funzione comunicativa ordinaria per trasmutare in canto, eco e apparizione visiva. I corpi sono privati degli organi, secondo la filosofia di Deleuze, questa sezione vede la forma dissolversi completamente, lasciando spazio a un’energia pura mossa dal desiderio.
Ogni sezione della mostra rappresenta dunque un diverso grado di ascolto, invitando il pubblico a transitare tra differenti stati dell’essere e dell’invisibile.
Le opere sono bellissime «trappole» visive: ci attirano con la promessa di una favola, ma ci lasciano con l’amaro in bocca di chi si accorge che il miraggio è l’unica cosa che ci resta di un mondo che stiamo distruggendo o dimenticando troppo in fretta.
La mostra prosegue al piano superiore con una stanza interamente rivestita con tele con soggetti ad altezza naturale colti tra Erotismo e perversione di Pierre Klossowski, noto per la sua reinterpretazione dell’opera del Marchese De Sade, dell’insubordinazione della logica, che abbandona la ragione per coltivare la propria perversione e gli impulsi sessuali onnipotenti e implacabili, metodicamente e sistematicamente.

Anche sopra è protagonista la donna: Kiki Smith fa lievitare i suoi bronzetti leggerissimi, persino Ophelia, non affonda nelle acque in cui ha cercato di finirsi, ma sta inarcata sopra una lastra di nero bronzo.


Ancora al piano nobile una donna porporata riversa a terra ci sorprende mentre passiamo tra le sale del palazzo barocco: è fata Morgana? Oppure soltanto un’apparizione, una visione?
Visitando queste sale da non perdere è La preghiera del mattino di Vincenzo Vela, che getta pure lei un’ombra fantasmica, una scultura piena di spiiritualità.

Vincenzo Vela, La preghiera del mattino.

Fata Morgana: memorie dall’invisibile
Palazzo Morando | via Sant’Andrea 6, Milano
Fino al 4 gennaio 2026
Martedì–domenica, 10.00–19.00
Chiuso il lunedì — Ingresso gratuito


Il polittico di Monte san Martino dei fratelli Crivelli

La Sala Alessi di Palazzo Marino, altra meraviglia di Milano, quest’anno invece si illumina della foglia d’oro che riveste il polittico di Monte san Martino di Carlo e Vittore Crivelli. L’opera, databile al 1477-1480 circa proviene dalla chiesa di San Martino vescovo a Monte San Martino, in provincia di Macerata.
Il polittico rappresenterebbe l’unico caso di collaborazione diretta tra i due fratelli.
In quest’opera, il dialogo tra i due fratelli per l’unica volta operativi sulla stessa opera incontra e scontra il genio inquieto di Carlo Crivelli, che infonde nelle figure una tensione nervosa. Le sue mani sono artigli eleganti, i volti sono solcati da una devozione che confina con il tormento. La sua linea è tagliente come un bisturi. E Vittore, più mite, che ammorbidisce le forme, cercando una grazia che faccia da contrappunto all’asprezza magnetica del fratello maggiore. Carlo, fratello maggiore, originario di Venezia, è influenzato fin dalla giovinezza dalle formule più innovative e meravigliose della sua epoca: il sontuoso decorativismo di matrice tardogotica, fatto di marmi screziati, tessuti preziosi, frutti e animali, arabeschi dorati e spesso applicazioni in pastiglia; le novità prospettiche introdotte da Donatello, perfezionate e sublimate da Andrea Mantegna, e l’uso quasi fotografico che permette la pittura all’olio dal cognato del Mantegna, Giovanni Bellini; l’intenso espressionismo e il disegno incisivo e nervoso dei ferraresi e della Maddalena di Donatello.
E in questo polittico confluiscono tutte queste influenze al punto che il polittico sembra un piccolo scrigno di storia dell’arte rinascimentale in tutti i suoi modi, non soltanto quello più sereno e, di conseguenza, più celebrato fiorentino.
Il Polittico è diviso in due registri più predella. In quello inferiore sono presenti la Madonna col Bambino (111×50 cm) e i santi a figura intera Nicola, Michele Arcangelo, Giovanni Battista e Biagio (ciascuno 100×30 cm); in quello superiore al centro il Cristo morto sorretto dagli angeli (71×47) e i santi a mezza figura Giovanni Evangelista, Martino, Giacomo, Caterina d’Alessandria (ciascuno 65×26).
La predella mostra il Redentore tra gli apostoli, in piccole tavole centinate che imitano una sorta di loggetta continua.

Credit foto©Wikipedia


Alla mano di Carlo Crivelli sono attribuite le figure della cimasa dove la linea si fa più nervosa, i dettagli iper-realistici e la tensione psicologica più alta:
Santa Caterina d’Alessandria è considerata uno dei vertici del polittico. La sua fisionomia aristocratica e la precisione chirurgica con cui sono resi i gioielli, le perle d’argento intrecciate con i capelli d’oro, e la ruota del martirio richiamano la Maddalena di Amsterdam, capolavoro di Carlo.
San Rocco, il santo pellegrino, mostra quella sensibilità «minerale» e quel segno incisivo tipico di Carlo (notato per somiglianze con il Battista dell’Incoronazione di Brera).

Carlo Crivelli, Incoronazione di Brera. Credit foto©Wikipedia


Al centro della cimasa, la Pietà con il Cristo morto: sebbene l’intero registro superiore veda una partecipazione dei due, la forza drammatica e la plasticità del corpo di Cristo sorretto dagli angeli, l’influenza dei cognati Bellini – Mantegna portano il marchio dell’intensità espressiva di Carlo.
I calzari ad occhio di pernice dell’Arcangelo Michele e il demonio. tipicamente ferraresi soliti a celare in basso i particolari più audaci.

Vittore Crivelli, dettaglio registro inferiore del Polittico di Monte San Marino. ©Wikipedia

La mano di Vittore, l’erede mite, è solitamente individuata nelle figure più dolci, dove il segno si fa meno acuminato e le forme tendono a una maggiore ripetitività decorativa: la Madonna col Bambino dello scomparto centrale del registro inferiore, nonostante l’impianto monumentale, è tradizionalmente riferita a Vittore. Si nota una ricerca di grazia più composta e meno «elettrica» rispetto alle figure femminili del fratello.
Così nei Santi del registro inferiore (San Nicola, San Giovanni Battista, San Biagio), la critica vede l‘intervento prevalente di Vittore. Le figure sono solenni e bellissime, ma mancano di quella vibrazione quasi parossistica che Carlo infondeva nei suoi soggetti.

La Predella con Cristo e i dodici apostoli è considerata opera di della bottega dei Crivelli, probabilmente eseguita su disegno o impostazione del fratello maggiore. Non vi mancano, infatti, imprecisioni come il labbro del Cristo risorto che pare deformato da un herpes labiale.
Anche la carpenteria sembra contenere diversi errori di collocazione delle tavole dipinte, come dimostrano le due figure che affiancano le Madonna con il Bambino senza guardarli, palesando di essere invertiti, o le teste mozzate dell’angelo reggente Cristo e la tiara mozzata di San Biagio.


Il polittico di Monte san Martino di Carlo e Vittore Crivelli
3 dicembre 2025 – 11 gennaio 2026
Palazzo Marino | Piazza della Scala 2 , Milano
Orari: Tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 20.00 (ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura) Festività 8, 26 dicembre, 1 e 6 gennaio aperti dalle ore 9.30 alle ore 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.30) 25 dicembre aperti dalle 14,30 alle ore 18,30 (ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura)
Enti promotori: Comune di Milano – Cultura
Costo del biglietto: Ingresso libero con visite guidate gratuite
Telefono per informazioni: 800167619
E-Mail info: serviziculturali@civita.art

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