L’inquinamento delle industrie alimentari

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Quante volte, quando organizzavano le domeniche a piedi con il blocco del traffico e le targhe alterne, passavo a piedi nelle aree industriali dove le fabbriche fumavano e mi chiedevo il senso di quelle misure. All’uscita del casello di Agrate la Star infestava l’aria di odore di dado alimentare la campagna brianzola. Persino se mettessimo insieme le emissioni annuali di gas serra delle cinque maggiori società al mondo di carne e latticini scopriremmo che sono responsabili di più emissioni rispetto a Exxon, Shell o BP. Lo hanno rilevato GRAIN e l’Istituto per l’agricoltura e la politica commerciale (IATP), dopo aver esaminato le 35 società più grandi del mondo e hanno scoperto che la maggior parte non sta segnalando i propri dati sulle emissioni di gas serra e pochi hanno fissato obiettivi che potrebbero ridurre le emissioni complessive. Entro il 2050, dovremmo ridurre le emissioni globali di 38 miliardi di tonnellate per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius.
E poi, si va dalla produzione del foraggio – in particolar modo cereali, mais, soia – fino alla deforestazione a scopo di pascolo e di coltivazioni dedicate agli animali da mangiare. E poi, produzione e uso di fertilizzanti e pesticidi, trasporto, attività e le operazioni di mantenimento degli allevamenti, soprattutto quelli intensivi.C’è poi il consumo di suolo: Un terzo delle terre arabili oggi serve a produrre mangimi, e potrebbe aumentare a due terzi nei prossimi trent’anni.  Si stima che per produrre 1 Kg di carne sia necessario deforestare circa 50 mq di foresta pluviale per far spazio a campi di cereali o pascoli. Vengono utilizzati circa 280 milioni di tonnellate di cereali per nutrire il bestiame, la stessa quantità di cibo potrebbe sfamare ben 800 milioni di persone.

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