Dogman di Besson: uno, nessuno, centomila personaggi in cerca di sè
Mai stata patriottica anzi i nazionalisti li detesto, ma qualche sera fa me la sono presa visceralmente con l’ente statale di cui più – ma sempre poco – usufruisco: la Rai. Guardo poco la tv, sulla Rai cerco di non perdere una puntata di Blob soprattutto da quando lo riducono sempre di più probabilmente fino a farlo scomparire, come stanno facendo con Report – altro programma che a seconda degli argomenti ogni tanto mi blocca davanti alla tv. Poi placo la mia passione per il cinema con RaiMovie. Tuttavia, la Rai che prima si pregiava di capolavori del cinema, ha ormai una programmazione sempre più inadeguata. In ogni caso, da incredibile romantica quale sono, io ancora ci spero.
Così in una delle mie carrellate no stop, il 15 settembre mi è apparso il titolo Dogman e ho subito sperato fosse quello datato 2023 di Luc Besson che volevo rivedere. 21.15 comincia con la scena del camion guidato da una triste Marilyn Monroe: è proprio quello!
(Alphonse de Lamartine)
“Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”
Stasera vedo un filmone non su grande schermo, ma da casa e senza pagare 1 centesimo: è questo il compito della tv pubblica, ossia diffondere arte e cultura di qualità. E, le rare volte che riesce in questa missione – che dovrebbe essere la sua precipua – deve farlo bene, quindi deve essere preparata nella materia. Con Dogman non lo è stata. A ogni stacco pubblicitario compariva il volto di Marcello La Fonte, protagonista sì di Dogman, ma dell’omonimo film diretto da Matteo Garrone uscito nel 2018. Marcello La Fonte e Caleb Landry Jones, Douglas Munrow, soprannominato «Doug» – quasi a stringerlo anche con l’assonanza ai suoi bambini con cui è cresciuto e vissuto – non c’entrano proprio niente, non soltanto fisicamente, ma anche nei ruoli che rispettivamente interpretano. E soprattutto – e qui mi incendio di rabbia – il fim di Garrone è coprodotto da RaiCinema.
Doug è un dimenticato – evidentemente anche dalla Rai – un ultimo, come i cani randagi, in cerca della propria identità negata sin dall’infanzia. Per l’intero film che ripercorre in flashback tutta la sua vita non possiamo capire mai chi è Doug, perché indossa sempre una maschera diversa che appunto cela anche visivamente chi Doug sia. Nella prima inquadratura è letteralmente una maschera di trucco. Nell’infanzia che gli è negata prima dal padre e dal fratello che lo chiudono in gabbia con i cani e lui piano piano ma inesorabilmente trasforma le sue delicate fattezze puerili in quelle selvagge dei compagni di cella. Quando finalmente riesce a uscire dalla gabbia per rimenere per sempre intrappolato in un corpo paraplegico che non sta manco in piedi per il tempo di una canzone, e passa l’adolescenza da un istituto all’altro, ritrova se stesso soltanto quando recita, e l’attore è la maschera per antonomasia. Si pensi che nell’antico teatro greco gli attori indossavano la maschera in scena e il termine per attore era «ipocrita», hypokrités (ὑποκριτής), che significava «attore» o «colui che risponde» sul palco. Nel corso del tempo, il significato si è spostato dall’arte della recitazione alla simulazione nella vita reale.
(Doug allo specchio)
“Niente prova che il riflesso nello specchio sia falso e noi siamo veri”
Diventato uomo, la sua passione per il mondo dello spettacolo gli offre il lavoro in un cabaret come travestito che canta canzoni agè
Doug
“Mi sono sempre piaciuti i travestimenti. È questo che fai, se non sai bene chi sei, giusto?! Ti travesti, ti inventi un passato, dimentichi il tuo.”

teatrino ai Prati recita Er padre de li santi diGiuseppe Gioacchino Belli.
Ma il lavoro da drag queen non basta a sfamare lui e i suoi cani che non abbandonerà mai nonostante le avversità, e così si fa ladro. Il ladro come descritto da Paco l’Argentino – interpretato da uno straordinario Gigi Proietti nel film di Elio Petri La proprietà non è più un furto – è proprio il contrario dell’ipocrita:
È morto un ladro. È morto uno della leggera, uno che fin da piccolo si era distinto per la furberia, la fantasia, l’abilità, il coraggio]. Un ladro! Rubava da circa 43 anni e non s’era mai tirato indietro, e rubava malgrado c’avesse pure tanti altri mestieri nei quali eccelleva: l’attore comico, il danzatore, il pittore di scena, il fabbro! Sì, signori, Albertone avrebbe potuto essere uno di quegli uomini che passano da onesti; invece no, rifiutò l’ipocrisia, giocò tutte le carte allo scoperto, non usò scuse, non finse, lui non imbrogliava sul peso, non giocava in borsa, non sfruttava la gente: rubava e basta!
(Elio Petri, La proprietà non è più un furto)
Doug no, sulle sue protesi non può introdursi felino nelle case per derubarle senza che nessuno lo lo veda, i suoi cani invece sì: e così manda i suoi bambini a svaligiare le case. E furto, dopo furto, questa banda Bassotti viene beccata dalla polizia. E da qui il flashback torna al camion fermato, su cui una Marilyn Monroe con il trucco sciolto nel pianto e il corpo stretto in un abito attillato pink rimane sconvolta non per sè, ma per i suoi bambini, stipati dietro e mai presentati come malviventi, ma:
Doug
“Sono i miei bambini. Per quanto ne so io hanno soltanto un difetto, si fidano degli umani.”
Ed è proprio quando si interrompe questo flashback in cui Doug racconta tutta la sua vita alla psicologa che gli hanno affiancato che finalmente gli si può dare un’identità:
Luc Besson, Dogman
“Il mondo reale non ha fatto altro che respingermi. Io mi sono adattato.”
Concludendo, RaiCinema almeno avrebbe potuto avere più cura nei confronti di questo Uno, Nessuno, Centomila.

