L’Odissea di Cristopher Nolan

Part. del vaso attico “Ulisse e le sirene”, IV sec. a.C., British Museum, Londra
Part. del vaso attico “Ulisse e le sirene”, IV sec. a.C., British Museum, Londra

Non ci ero più cascata dai tempi di Lalaland una americanata la fiuto ad anni luce di distanza. Invece, mi sono fatta fregare. Tutta colpa di Christopher Nolan, che mi ha fatto cadere nel cavallo di Troia. A mia discolpa, il mio retaggio di classicista appena ha sentito Odissea è tornato sui banchi del liceo a pensare al primo grande poeta Omero e al nostro Sommo Poeta Dante che meglio seppe interpretare l’immensa figura del protagonista del poema, Ὀδυσσέως, che in greco significa Nessuno – importante perché la traduzione svela l’inganno al Ciclope. E per il regista che io reputo uno dei migliori sulla piazza, capace anche a investire Batman di cavalierato per poi smontare tutto con le parole di un pagliaccio che lo avvisa anche te sarai considerato un mostro. Il suo primo film Inception – con tutto che il protagonista era un divo di Hollywood – non si è lasciato ingannare dal fanatismo per le star, né dalla fantascienza che non permette di distinguere tra realtà e sogno, che riproporrà in una chiave nuova – quella dell’immagine che è la vera realtà – in The prestige, affondando le sue radici nel Mito della caverna di Platone, il mondo classico. Che secoli dopo svilupperà ancora più nitidamente René Magritte con la sua pipa con la scritta Ceci ne pas una pipeQuesta non è una pipa perché nessuno può prendere e fumare una pipa dipinta, essendo soltanto un’immagine.

René Magritte, Ceci n’est pas une pipe. Credit foto© Wikipedia


Vuoi che Nolan non interpreti l’Odissea in una luce originale e affatto commerciale? Insomma, Nolan non hai mai peccato di scadere nel mainstream, che comporta inevitabilmente che un’opera d’arte e – per me i film che emozionano tali sono – diventi prodotto da mercificare. Come i grandi campioni dello sport che non appena hanno un gran tifo si trasformano in testimonial di qualsiasi prodotto, si pensi a Jannik Sinner o Andrea Kimi Antonelli, persino dentro un numero di Topolino- L’insopportabile faccia del capitalismo capace di svuotare affatto di valore artistico per tenere in considerazione esclusivamente quello economico.
Ecco, il Nolan dell’Odissea mi ha deluso in questo senso: ha dato al pubblico l’immagine di un Ulisse tutto muscoli ed eroismo puro, quasi un santo martire. Ulisse persino non diventa amante né di Circe, né di Calipso, ma è sempre amorevolmente fedele a Penelope, figurarsi se scendesse ai bassi istinti l’Odisseo di Nolan pensa soltanto a Itaca e ai suoi compagni di viaggio:un guerriero devoto a guerra, patria e famiglia che soltanto lo muovono. In Omero e nel mondo classico la fedeltà alla moglie non è assolutamente un valore, semmai può esserlo nell’America della famiglia americana e del cliché delsoldato americano costretto a lasciare l’amata per la patria. No, Nolan non stai girando La sottile linea rossa, in cui due soldati affrontano la brutalità del fronte della seconda guerra mondiale aggrappandosi al ricordo purissimo delle rispettive mogli a casa, oppure We Were Soldiers – Fino all’ultimo uomo, dove il tenente colonnello protagonista è guidato da una doppia fedeltà incrollabile: la promessa fatta ai suoi uomini di non lasciare indietro nessuno e l’amore devoto per la moglie Julie.

Ma via, nel fodero la spada riponi, e noi ora
sul letto mio saliremo, che uniti
si letto e d’amore possiamo fidarci a vicenda».
Così parlava, ma io ricambiandola dissi:
«O Circe, come m’inviti a esserti amico,
tu che porci m’hai fatto nel tuo palazzo i compagni,
e me ora qui avendo, con inganno m’adeschi
a entrare nel talamo, a salire il tuo letto,
per farmi poi, così nudo, vile e impotente?


(Odissea, Libro X – vv. 330 -338)

Anche quando Calipso finalmente accetta di lasciarlo andare, i due cenano e poi si ritirano nella grotta per l’ultima notte insieme:


E come il sole tramontò e venne l’oscurità, andati nel riposto della cava spelonca, godettero dell’amore (ταρπήτην φιλότητος), restando l’uno accanto all’altra.

(Libro V, vv. 226-227)

La formula greca ταρπήτην φιλότητος (letteralmente si saziarono/godettero dell’amore) è la frase standard usata da Omero per descrivere l’atto sessuale, usata anche per contesti d’amore coniugale o felice.

E soprattutto per tutte e 3 ore di proiezione mi sono chiesta dove fosse la poesia.
Basti pensare che è il primo lungometraggio narrativo interamente girato con cineprese IMAX a pellicola, da sboroni.

Non c’è assolutamente nulla di lirico nel film di Nolan che la presenza del divino fortissima nel poema greco avrebbe potuto inondare di poesia ogni fotogramma.
Atena che nel poema omerico rappresenta la dea della saggezza, dell’intelligenza e della strategia militare – ossia delle qualità che incarnano perfettamente Ulisse – e compare nel poema nei momenti più delicati per consolarlo, spronarlo, quasi fosse una guida spirituale (quanta poesia c’è in questo soprattutto riferito a un’entità donna ultraterrena?)

Nolan punta tutto sulla bellezza e sul botteghino scegliendo Zendaya l’attrice più richiesta e più pagata di Hollywood per impersonare la dea della Saggezza. Anche il regista Andrej Končalovskij nella miniserie televisiva L’Odissea punta esclusivamente sulla bellezza scegliendo Isabella Rossellini bellissima sì, ma anche una divinità cerebrale che si avvicina sempre alla testa di Ulisse per sussurrargli i suoi consigli, posizionandosi così nella mente del protagonista attraverso la pura saggezza psicologica.
Anche per Calipso – che dea non è – (che rappresenta la tentazione dell’oblio – come chiarisce sin dall’etimo il nome dal greco καλύπτειν, colei che cela – l’amore che trattiene e il rifiuto della mortalità in cambio della perdita della propria identità) Nolan sceglie Charlize Theron, altra star bellissima di Hollywood, ma svuotata di tutta la componente spirituale della ninfa. E se le dee non devono essere divine ma dive, gli dei Nettuno, Mercurio e Zeus presenti nel primo poema greco non si vedono, perché l’unico supereroe deve essere il guerriero Ulisse.
E soprattutto quanta forza emotiva, derivata da una combinazione unica di simbolismo, tragicità e profonda umanità, c’è nella scena di Argo? E come l’ha resa Nolan? Argo morente muore quando torna Ulisse, che non si commuove alla vista dell’amico nè deve asciugarsi una lacrima di nascosto. È un momento di estrema fragilità presente nel poema omerico: l’eroe non piange per le battaglie o i mostri, ma per il suo cane abbandonato su un mucchio di letame, divorato dai parassiti, simbolo della decadenza di Itaca in assenza del suo re.



Ruo Gennaro, Ulisse riconosciuto dal suo cane Argo. (sec. XIX).
Credit foto© Beni Culturali Standard (BCS)


“Così essi parlavano tra loro; e un cane che stava là alzò la testa e le orecchie, Argo, il cane del paziente Odisseo, che un tempo egli stesso nutrì, ma non ne godette, perché prima partì per la sacra Ilio. […]
E allora, come sentì Odisseo vicino, mosse la coda e abbassò entrambe le orecchie, ma più vicino al suo padrone non poté andare; e Odisseo lo vide da un lato e si asciugò una lacrima, nascondendosi facilmente da Eumeo…
[…] E Argo fu preso dal destino della nera morte, subito dopo aver visto Odisseo al ventesimo anno”.


(Libro XVII, vv. 291-305)

L’Odissea dei Picciotti


Anch’io voglio raccontarvi la mia Odissea che dura da oltre 40 anni. Sin da quando sono piccola, arrivati i bramati tre mesi di vacanza, i miei genitori – gli Antoni – mi portavano in Sicilia, nei paesi dove sono nati e dove tuttora ci sono i parenti. Il mare fa bene ai bambini, sicuramente. Meno il viaggio infinito per arrivare da Milano a Gioiosa Marea, che lascia traumi insuperabili. Spesso ci portava in macchina Antonio, sicuramente il ritorno era con lui alla guida.
Dei viaggi in macchina non posso dimenticarne uno in decappottabile per fare il figo Antonio non aveva pensato che io e mia sorella viaggiavamo in pochi cm cubo per 1340 km, ma con il vento tra i capelli.
Ricordo quando coprivamo i vetri con gli asciugamani da mare per oscurare il sole che picchiava caldissimo. L’album Albachiara di Vasco Rossi in loop intervallato raramente dalla richiesta di Antonia di ascoltare Bocca di Rosa. Mentre Antonio insisteva nell’ascoltare le condizioni della viabilitàsu Isoradio e partivano le contestazioni di tutte noi. Coda kilometrica fino a Lagonegro…facciamo l’Adriatica al posto della Salerno-Reggio Calabria?Uscita consigliata / percorso alternativo… che era sempre quello sbagliato.
In uno degli innumerevoli viaggi, l’abitacolo della macchina era ancora più ristretto del solito perché si era portato anche un suo dipendente con la fidanzata tabagista. Un viaggio a litigare: lei voleva fumare ogni 10 minuti in barba alla folla in macchina e così litigava con Antonio che neanche si ferma normalmente perché per lui al massimo Milano-Sicilia prevede al massimo tre soste coincidenti con la sosta per fare il pieno e se ti scappa la pipì? La devi gestire.
Tuttavia, Antonio doveva mantenere per tre mesi di vacanza tre donne: io, Antonia e mia sorella. Per questo motivo, vennero i tempi in cui non ci portava più lui in macchina, ma la povera Antonia portava noi due bambine in vagone letto o più raramente in aereo, scomodo, perché poi dovevamo prendere il treno per avvicinarci al paesino natio dei miei e – vero incubo – qualche parente doveva venircii a raccattare nella stazione vicina, facendocela pesare per il resto nei nostri giorni. Insomma, già la logistica del viaggio richiedeva sforzi e stress che ricordo tuttora con angoscia. Per fortuna, ho sempre cercato di ridere dei momenti tragici. Così di queste odissee estive ho memoria soltanto degli aspetti più divertenti:durante i viaggi in vagone letto, la notte mi divertivo a intravedere dalla tendina del finestrino i campi di girasole per farli guardare a mia sorella che di questi fiori ha il terrore. Così la facevo morire di terrore. Poi al mattino arrivava il cuccettista con la colazione e poi facevamo la pipì in un bricco che trovavamo sotto il lavabo era un bagno chiuso in una struttura poligonale in formica. Orrenda, mai come il monolocale “spaziosissimo” del Ragazzo di campagna. Taac.


Ho invece un ricordo terribiledi un viaggio in cui avevo la febbre alta e la povera Antonia aveva richiesto di spegnere l’aria condizionata sempre a palla, ma essendo centralizzata non era possibile, potevano soltanto coprirmi con innumerevoli coperte – cosa che fecero, lasciandomi in balia di una notte di mostruosi incubi. Poi finalmente casa. Ma in che stato?

Ora che sei grande è tutto finito???? No, perché con i costi alle stelle delle vacanze ci ostiniamo ancora ad andare in Sicilia. Ognuno a modo di suo. Antonio vuole ancora attraversare tutta l’Italia in macchina. Pazzo. Soltanto negli ultimi anni prende il treno, così come tutti noi.

L’Odissea A/R – L’andata

Isole Eolie viste da casa

Venerdì 7 agosto ore 10.30 mentre sto lavorando in smart working, mi citofona Italia, la vicina del quarto piano, che anzianissima, ormai fatica anche a camminare e si muova strisciando sulle pareti. Mi chiede se le posso comprare una pizza. No, sto lavorando. Siete tutti impegnati in questo palazzo, mi risponde scocciata, ma io ho fame. Va bene, però gliela posso prendere quando vado in pausa pranzo. Accordo trovato.
Venerdì 7 agosto ore 13.01 in pizzeria
Venerdì 7 agosto ore 13.02 al IV piano porto la pizza a Italia che mi aspetta sul pianerottolo e mi chiede anche di accompagnarla dentro casa. Ha il tavolo coperto di buste da panificio.
Venerdì 7 agosto ore 18.45 Treno per Siracusa.
Venerdì 7 agosto ore 14.11 TgRLombardia


Venerdì 7 agosto ore 18.20 Stazione centrale di Milano, tra treni in ritardo e altri annullati
Venerdì 7 agosto ore18.51 sul treno, tremo: l’anno scorso ero in cabina con una ottuagenaria abbandonata dal figlio sul treno per Siracusa. Completamente sola e in difficoltà, proprio come Italia, mi ha scambiato per badante, chiedendomi persino di infilarle le ciabatte. E lì che le ho risposto di chiederlo a suo figlio adorato, il migliore del mondo – a suo dire, ridire e ribadire.
Stavolta, prima sbaglio cabina e quasi mi sento male perché ci sono una donna anziana con il figlio disabile e mi immagino assistente sociale. Invece ho sbagliato con il posto del ritorno, per fortuna.
Entro nella mia cabina e mi rilasso subito: vedo una ragazza giovane che sta leggendo e pretende di farlo in pace: l’adoro subito per questo e la ribattezzo la «giustiziera dei rumori» – non ne sopporta alcuno. A un certo punto scatta come una furia perché il signore della cabina accanto sta ascoltando a massimo volume qualche filmato: No, lo ascolti in cabina, ma abbassi al minimo il volume. La amo. Se la prende pure con i bambini terrorizzati quando la vedono affacciarsi dalla porta. La odiano tutti, tranne…
A Parma si uniscono una mamma completamente serva della figlia odiosa. La figlia, che pare avere 50 anni e invece ne ha solo 13, sta ininterrottamente al cellulare, ma anche loro subito comprendono che con la giustiziera dei rumori c’è poco da scherzare e così come me silenziano i telefoni. La mamma è innamorata del cuccettista e viaggia con una borsa gigantesca contenente una forma di parmigiano e tutti i salumi esistenti che hanno reso la cabina affatto inagibile. Esco a respirare aria gelida ma non maleodorante più volte.
Una volta rientro e le vedo tutte allegre con la mamma che si è messa a fare i panini x tutte: sbandiera fette di tacchino, coppa, mortadella e dice Chiuderemo con il parmigiano! Tu cosa vuoi dentro il panino? No, grazie sono vegana e scappo a respirare.
Arrivata la notte, la luce di cortesia in cabina scortesemente tiene sveglie le mia compagne di viaggio, nel soffitto vibrava qualcosa e la giustiziera la prendeva a mazzate chiaramente svegliandoci tutte. Al mattino, la mamma appena sveglia prepara pane con formaggio a fettine sottili, mentre io mangio la mia pesca noce. Poi il primo addio perché la giustiziera scende a Villa San Giovanni. Non appena scende dal treno, i cani abbaiano, i bambini strillano, mamma e figlia parmensi guardano le serie tv a tutto volume e io… io impazzisco e la rimpiango. Perdo anche le serial parmigiane alla fermata prima della mia. Finché finalmente Itaca alle ore 15.00 dell’8 agosto. Antonio mi aspetta in macchina in stazione per portarmi a casa. Dove trovo i Porci ad aspettarmi – perché in Sicilia si mangia sempre sempre. Non appena entro Antonia mi ficca in bocca 2 arancini:
va bene, mi sacrifico.


In cima alla collina del tridente, la luna fritta sembra proprio un arancino

L’Odissea A/R – Il ritorno

Con il treno sul traghetto per la Calabria.


Venerdì 21 agosto ore 15:36 stazione di Patti. Treno per Milano puntuale. Nessun disguido per i treni, ci sono già gli aeroporti fermati dall’Etna in eruzione, come ogni anno, meglio prendere il treno. Magari becco di nuovo delle meravigliose compagne di viaggio. No. Stavolta in cabina trovo una donna di quelle che non immagini l’età tanto è anonima, tutta griffata e con la scopa in culo. Mi saluta a malapena e non mi guarda mai io sono una vonciona senza manco una firma – sul traghetto vedo che mi guarda con ansia, credo avesse paura di non scendere dalla scala giusta, ma ancora non una parola fino a Rosarno, quando salgono una mamma con la figlia che immagino tirar fuori soppressata e pomodori. Invece peggio! Io le saluto, loro mi rispondono in inglese e chiedo da dove vengano. Scopa in culo con loro non spende manco uno ciao: sono due voncione, shorts, sneakers, canotta della salute = all’inizio le adoro finché la mamma si toglie le sneakers all’ingresso della cabina e sgrida la figlia per essere entrata con le scarpe, che io e scopa in culo ovviamente calziamo io indosso i sandali da frate, lei sneakers donna Valentino. La madre ce le guarda con orrore, manco stessimo contagiando la cabina. Sicuramente non noi, ma presto l’odore di formaggio infesta davvero la cabina.
No, non è il parmigiano della mamma dell’andata, magari! È quello micidiale del formaggio più puzzolente che io conosca: quello di piedi delle nuove compagne americane. Scopa in culo non ce la fa più e chiede loro quando sarebbero scese. Prime parole accoglienti, allora io le devo piacere nonostante sia la sua nemesi. Io non riesco a sopportare quella puzza di piedi stretti in calzini bianchi anneriti e lisi, puzza oltretutto ben spalmata sui sedili che sarebbero dovuti essere il mio letto per la notte. La soluzione è sempre la stessa: esco a prendere aria. Condizionata. E come all’andata, una volta rientro e tutte stanno mangiando panini. Le americane una sorta di hamburger calabro, così credo perché vedo tutto il pane sporco di rosso. Peperoncino? No, rosso sangue. Resto fuori. Torno dopo un bel po’ di tempo quando le colgo tutte a prepararsi il letto. Per fortuna la mamma si è già coricata nel mio letto tutto lordato dai piedi esalanti fetore cui si è impregnato pure quello di sangue dell’hamburger calabro – e scoprirò al mattino che non è una mia suggestione per quello che ho visto.
La notte è illuminata a giorno dalla luce di scortesia che disturba tutte, anche me perché stavolta non ci hanno lasciato le mascherine. Vado a chiederle così prendo altra aria pulita. Condizionata. Non ce le portano. Così mamma e figlia si adoperano per mascherare la luce con l’etichetta dell’acqua. Io mi metto la fascetta sugli occhi e dormo anche perché tramortita dal fetore di piedi e hamburger formato gigante anche perché calabrese, trasudante sangue e cipolle.

Al mattino l’amara scoperta: le voncione avevano buttato tutti i rifiuti della loro sanguinolenta cena sotto il letto che doveva essere il mio ma per fortuna poi si è presa la madre, anche perché l’hanno ridotto a una discarica, sicuramente più salubre. Quando scendono a Bologna, io le saluto contenta di poter stare a letto con aria più fresca, così gelida che non riesco a togliere la coperta. Scopa in culo nuovamente non le saluta. E non scende dal letto ancora per almeno due ore, mentre io approfitto per andare in bagno a lavarmi mentre tutti ancora dormono. Bagno incommentabile. Vado dalla cuccettista che doveva portarci le mai portate mascherine che mi teme e le chiedo come posso fare la pipì dal momento che l’asse del bagno non sta su da solo e il pavimento è allagato di pipì. Lei mi chiede di aspettare che passi la donna della pulizia, ma io non la trattengo e mi faccio mezzo treno per trovarne uno quanto meno non allagato – mai pervenuto, così ho trattenuto la pipì fino a casa. E nella mia traversata appare come una epifania proprio lei: la donna delle pulizie. Povera, che lavoro di m, soprattutto se penso che dopo aver pulito una quantità infinita di cessi allagati e sgommati, è entrata nel puzzo ancora permanente della mia cabina – nonostante le voncione fossero scese da ormai qualche ora, c’era Scopa in culo ancora a letto e sotto i nostri occhi terrorizzati la scoperta orrorifica: sotto quello che doveva essere il mio letto, un sacchetto con dentro gli avanzi dell’hamburger pulp. Le chiedo scusa per l’inciviltà dei passeggeri. Le chiedo pure se posso tenere la coperta perché c’è troppo freddo e devo trattenere la pipì. Intanto scopa in culo si alza e pian piano si stacca la scopa, secondo me soltanto perché voleva chiedessi ai vicini di farle attaccare il suo cellulare per ricaricarlo, come avevo fatto io. Le dico di chiederglielo lei. Passano con il caffè, ma lo rifiutiamo e poi entrambe ci lamentiamo perché senza caffè è dura svegliarsi. Arriviamo in anticipo a Piacenza, così ci dicono che possiamo scendere senza allontanarci. Io approfitto per scaldarmi un po’ al sole e soprattutto per sgranchirmi le gambe alla ricerca di un caffè. Scende pure lei e mi segue con difficoltà perché io vado a manetta, quasi mi rincorre anche perché vuole anche lei un caffè e soprattutto – intuisco – ha una fifa boia dei cani che neanche la guardano, ma sono numerosi sul treno. Io perpasssione e sadismo, invece mi avvicino a tutti li accarezzo poi salita sul treno mi lavo le mani, per rincuorarla e per il mio doc sull’igiene. Finalmente il viaggio e quando siamo agli sgoccioli e a pochi minuti da Milano scopa in culo si toglie completamente la scopa e mi chiede se facciamo in viaggio in metro verde insieme, dal momento che
lei doveva scendere a Gessate. Va bene, però se a me arriva quella per Cologno la prendo lo stesso.

22 agosto, ore 12.10 arrivo in stazione centrale. Scendo la aiuto a tirar giù una valigia griffata più grande di me, scendono tutti, anche i cani, io pogo tra la folla per seminarla da infamona. Lei cerca di non perdermi mentre faccio uno slalom gigante tra gli altri passeggeri, cani e bagagli. Ogni volta che felice mi raggiungeva, io rallentavo. A un bivio, prendo l’altra strada e lei mi chiama per passare con lei dal cammino mobile. Arriviamo alla metro e io ho i biglietti così passo certa di aver finito la mia pazza fuga, perché lei deve fermarsi a comprarli, ma mi raggiunge felina e – cosa incredibile – arriva come prima metro quella per Gessate, quindi facciamo la strada insieme. Tragico l’addio: Dai magari ci si vede. Certamente!


Scendo dalla metro a pezzi e becco l’autobus che mi lascia vicino casa. Scendo dopo due fermate strapiena di borse. E chi mi becco portone? Ita
Ita
no, non Itaca, ma Italia, la grandissima rompiballe del mio condominio che se lo gira a caccia di badanti gratis. Appena mi vede sgrana gli occhi e mi dice aspetta posso salire in ascensore con te? No perché sono carica come un mulo e non la posso aspettare. Borbotta contro tutti noi condomini che non la aiutiamo, ma ormai sono a casa.

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