‘Frida Kahlo. Oltre il mito’ al Mudec

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Era molto attesa al Mudec-Museo delle Culture di Milano (via Tortona 56) la mostra su Frida Kahlo, in programma dal primo febbraio fino al 3 giugno 2018. La sua faccia pelosa e il suo corpo sfigurato sempre nascosto dalle ampie vesti colorate del suo Messico, la sua vita segnata da un tragico incidente, tre aborti e dalle nozze con il pittore Diego Rivera, i tradimenti di lui, risposti con quelli di lei, sono entrate facilmente nell’iconografia del mito. Frida è una vera e propria immagine pop, cui sono stati dedicati romanzi, film, canzoni. Il suo viso nell’immaginario collettivo corrisponde alla bellezza messicana. Ma il curatore della mostra del Mudec, Diego Sileo, intende superare il mito creato intorno alla pittrice messicana, concentrando l’esposizione sulle doti artistiche di Frida. E così per chiarire la sua intenzione lo scrive nel titolo della mostra: Oltre il mito e apre il percorso espositivo con un quadretto che ritrae una mini Frida che non indossa come di consueto vesti coprenti ma un abito trasparente che fa vedere tutte le ferite che l’incidente le ha causato. Il titolo dell’opera scritto in corsivo recita Le apparenze ingannano. E le ferite  che la diciottenne Frida riportò non sono poche: “Persi la verginità, avevo un rene leso, non riuscivo a fare la pipì, e la cosa che più mi faceva male era la colonna vertebrale”. Questi tragici eventi, insieme con gli aborti che la ragazza ebbe in seguito sono raccolti nella sezione della mostra dedicata al dolore, cui Frida non si sottomise ma reagì con resilienza. Molti suoi autoritratti suggeriscono che il volto di Frida era spesso una maschera impassibile dietro cui celare i propri veri sentimenti. Per questo Frida era spesso chiamata dal marito Diego e dai suoi amici La gran Ocultadora, soprannome che lei stessa riusò nel diario e nelle lettere.  Ne La maschera (della follia) del 1945  i ruoli sono invertiti e la maschera  di cartone svela i veri sentimenti di Frida che piange con i capelli viola colore del dolore che allude alle tradizioni cattoliche associate alla passione di Cristo in cui il viola è segno di lutto.
È terribile la verosimiglianza cruenta di Ospedale Henry Ford (il letto volante): la madre che tale mai sarà è la stessa Frida, sdraiata nuda su un letto molto più grande di lei: il suo corpo è circondato dal sangue; dalla pancia, ancora ingrossata per la gestazione mancata del bambino, escono arterie, che legono alla  paziente vari elementi: un bambino mai nato, una conchiglia, il suo bacino sterile per le ferite riportate durante l’incidente. Anche questo evocato in un altro dipinto in mostra: L’autobus. E dal suo letto di degenza, Frida inizia a dipingersi: “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio”. Una modella che mette a disposizione dettagli che sono molto importanti nella sua pittura estremamente realista.  E non è poco se si pensa che siamo nel Secolo breve, quello segnato in arte dallo scontro tra astrattisti e figurativi. Le principali caratteristiche di questi ultimi erano la linea accentuata del segno, volta a rappresentare il mondo e l’umanità nella loro violenza, nel loro disfacimento, nella loro deformità; il gesto pittorico inteso a dare la massima espressività al soggetto dipinto; la densità materica.La pittura come ritorno all’ordine. D’altro canto, negli astrattisti segni, spontaneità del gesto e ricerca sui materiali diventano l’oggetto stesso della produzione artistica. Interessati alla forma pura, deducevano forme astratte dalla realtà, che diviene irriconoscibile.E cosa c’è di più figurativo di un autoritratto? E così Frida tratteggia pelo per pelo il trait d’union che lega insieme le due sopracciglia in un’unica, i capelli raccolti in precisamente dipinte acconciature, o i baffetti tipici di un fototipo scuro del Messico, sua terra natale, onnipresente, anche nei vestiti a tinte vivacissime, come quelle che si vedono in alcune fotografie. Vicinanza alla terra che è un altro grande tema dell’esposizione, e che nel dipinto Radici assorbe in sé la pittrice imprigionandola tra le frasche ei cretti di El Pedregal de San Angel. Le radici di un albero-uomo invece divengono tomba dell’orticoltore Luther Burbank,specializzato in ibridi, diventa anche lui tale, metà tronco d’uomo, metà vegetale. E la terra raccoglie anche la morte della suicida Dorothy Hale, che si era gettata dalla finestra della sua suite all’Hampshire House di New York. Frida dipinge il suicidio commissionatole dall’editrice di Vanity Fair Clare Boothe Luce come un ricordo: crea un retablo narrativo che descrive ogni fase della morte, con tanto di didascalia che racconta il tragico gesto con lettere color sangue. La committente rimase sconvolta dall’opera a tal punto che pensò di distruggerla.

L’attenzione di Frida per i dettagli emerge anche dalle altre pitture di genere in cui si applica, come le nature morte, negli sfondi dei tanti ritratti, o nel Paesaggio urbano del 1925, dove i comignoli dei palazzi sono rigati dai fili del tram e della luce elettrica, simboli di quel progresso che avrebbe oscurato le tradizioni del Messico tanto amate da lei e dal suo Diego. È talmente legata al realismo che, non potendo ricordare il volto della sua nutrice, tanto meno il proprio da lattante, nel quadro La mia nutrice e io del 1937, ritrae il volto di lei poppante come da adulta e quello della nutrice lo copre con la maschera della dea madre della Terra che dà la vita e la morte.

Guarda qui la gallery con le opere in mostra.

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Una risposta

  1. 10 aprile 2018

    […] che dalla stazione di porta Genova porta in via Tortona. Conviene fermarsi al Mudec e godersi la mostra su Frida Kahlo. Il distretto di Ventura ha preso il suo posto, grazie alla sua carica dirompente iniziale che […]

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