Di fronte alla diagnosi di tumore

dottori

Come si reagisce alla diagnosi di tumore? Risponde Elena Pagani Bagliacca, psicologa e psicoterapeuta, che attualmente opera a Milano come libera professionista e fa parte del corpo docente in corsi di formazione rivolti ai professionisti del settore estetico, nell’ambito della cura del paziente oncologico (Oncology Esthetics Italia). Si occupa anche di ricerca, scrivendo articoli scientifici per riviste italiane e internazionali. Infine, scrive per il portale “Fraparentesi”, dedicato alle donne malate di tumori e ai loro famigliari e amici.

Elena Pagani Bagliacca

Elena Pagani Bagliacca

Accade solitamente che ci si reca a fare una banale visita di controllo, come ogni anno. Si sta bene, si stanno pianificando progetti futuri o portando avanti attività quotidiane: insomma, tutto è come sempre, normale. Eppure, in quel momento, il medico si fa serio, interrompe i discorsi e dice “qualcosa non va, meglio fare degli approfondimenti; potrebbe non esser niente ma bisogna andare a fondo”. E così inizia il periodo degli accertamenti, durante il quale si vive tra momenti in cui ci si convince “che non potrà esser niente di grave”, ed altri in cui a prevalere è l’ansia e l’angoscia. Passano lentamente i giorni e le settimane, e si arriva davanti ad un medico, a volte lo stesso, a volte un altro, solitamente accompagnati da un proprio famigliare. Ci si siede e passano interminabili i minuti che separano dalla tanto inattesa frase: “Signora, lei ha un tumore”. Sono queste le parole più temute, quelle parole che nessuno penserebbe di sentirsi mai dire. In quel momento quello che solitamente accade è che la Signora Anna, da donna, madre, compagna, moglie, diventa in un secondo “paziente”. Ci si sente sole in queste nuove vesti, nonostante la vicinanza di chi in quel momento ti è accanto e si stringe alla tua paura; ma lui/lei non potrà mai capire cosa si prova. Inoltre, si entra in uno stato di shock, di paralisi emotiva; le parole pronunciate dal medico sembrano lontane, rimbombano in maniera poco chiara. Si fa spazio ad ansia, angoscia e vuoti di memoria. Solitamente, soprattutto quando ad ammalarsi è una donna, una delle angosce maggiormente rilevanti che viene esplicitata all’oncologo riguarda la perdita dei capelli. Perché perdere i capelli, soprattutto per una donna, non significa solo apparire meno “bella”. Significa molto altro. Questo effetto collaterale, infatti, impatta sull’immagine corporea e, inoltre, è uno stigma nonché segnale evidente dell’essere “malate di cancro”, un marchio riconoscibile dall’intera comunità. Ci si vergogna ad andare in giro perché “con gli occhi addosso” e, a volte, ci si sente in imbarazzo anche a casa, con il proprio compagno, perché la propria femminilità è stata in qualche modo intaccata.

E allora il marito, gli amici, le persone che vorrebbero far qualcosa ma si sentono impotenti, come possono star accanto ad Anna? Intanto, non scappando. Spesso, purtroppo, la paura di non saper cosa dire o cosa fare è talmente grande da scegliere di farsi da parte; invece Anna ha bisogno di continuare a sentirsi amica, compagna, donna. Ha bisogno da un lato di comprensione ed empatia, dall’altro di non perdere il ruolo che aveva fino a pochi attimi prima di diventare “paziente”. Certamente potranno spaventare i vissuti di rabbia, tristezza o paura, ma non dovranno fermare le persone. Soprattutto poi gli amici e i “non famigliari” è importante che non guardino Anna con gli occhi di “compatimento”, come a dire “poverina, mi dispiace”, ma che continuino ad esser per lei una fonte di vita, vita come quella per cui ogni giorno Anna, insieme a tutti i suoi cari, combatte, scoprendo risorse personali che prima della malattia probabilmente non avrebbe mai pensato di avere. Senza dubbio per i famigliari questo periodo sarà molto complicato, perché verranno ribaltati ruoli, sconvolti ritmi e messi in discussione progetti e certezze; capita spesso che la forza venga proprio dai pazienti stessi che, vedendo tanto dolore nei propri cari, cercano di “dar loro coraggio”. In questo senso, è importante che la famiglia rimanga compatta, che ci sia flessibilità, apertura, comunicazione ed equilibrio nel portare avanti le giornate.
La malattia oncologica irrompe nella vita di una persona. Non si è mai preparati ad affrontarla. Ma, con la grinta che si scopre di avere, avendo alle spalle una famiglia unita, grazie all’aiuto di una risata di un’amica e di un trucco per ammorbidire i segni che la malattia e le terapie comportano, Anna e tutte le persone che ogni giorno si trovano davanti questa sfida, riuscirà ad affrontarla e, per fortuna grazie ai progressi della medicina, sempre più spesso, vincerla.

 

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Una risposta

  1. 15 febbraio 2018

    […] aver pubblicato il contributo della psico-oncologa Elena Pagani, vi racconto la mia esperienza personale. Quando la dottoressa mi ha comunicato che la tac, fatta a […]

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