Bansky protesta al Mudec di Milano

Al rientro dalle ferie, Milano offre una programmazione espositiva veramente d’eccellenza. E due delle mostre migliori hanno luogo al Mudec- Museo delle culture di via Tortona. Qui al primo piano sono esposti Paul Klee e Bansky.
Bansky inaugura stasera “A Visual Protest. The Art of Banksy”, con oltre 80 opere del celebre artista britannico senza identità, riconoscibile soltanto attraverso il suo tag. Si tratta della prima mostra in luogo pubblico d’Italia dedicata all’artista londinese. A Milano, l’esposizione sarà pubblicizzata con cartelloni bianchi su cui i writers cittadini e non saranno ciclicamente chiamati a pubblicizzarla con i propri graffiti. Un coinvolgimento del pubblico che è fondante la street art, perché non si può passarle oltre con indifferenza, i colori e le abilità costringono lo sguardo a soffermarsi su di essa. Quella di Bansky è indubbiamente la street art contemporanea più nota. Nessuno ha mai visto Bansky “perché la vera arte – afferma lui stesso – è restare anonimi”. E poche sono state le mostre su di lui, perché prova a relizzarne una su un artista irreperibile e con prestatori anch’essi sconosciuti e rari per ovvi motivi: come compri l’arte che sta sulla strada e soprattutto come la esponi senza snaturalizzarla? Contro chi sia rivolta la protesta dell’arte di Bansky è ben dichiarato nella mostra che l’artista non ha autorizzato. D’altronde lo ha fatto soltanto con una, curata dall’artista stesso a Bristol, a patto che per la sua durata non ci fosse vigilanza nel museo. È un’aspra polemica contro il mondo contemporaneo. E tocca ogni sfera: quella politica, sociale, artistica e il mercato dei consumi. È ossessionato dal tema guerra e pace. I suoi soldati su carrarmato sfoggiano insopportabili faccine smile e intitolano la serigrafia Have a nice day. Gli stessi sorrisi sgradevoli che sfoggiano Topolino e il pagliaccio del McDonald’s, mano nella mano con la ragazzina vietnamita ustionata dai bobardamenti americani e centrale in Napalm. In aspra polemica anche con il sistema consumistico statunitenense. Il mercato dell’industria alimentare è preso di mira anche dalle serigrafie Donut, dove le ciambelle-sogno perenne di Homer Simpson giganteggiano su un furgoncino. Sono gigantesche rispetto al veicolo e coloratissime indudtrialmente. Sovradimensione e colore contro natura sono tipiche della pop art, cui Bansky fa esplicito riferimento più volte. Si pensi alla Kate Moss in mostra che si “Marilynizza” alla Warhol, citato anche in Pulp fiction dove Vincent e Jules impugnano al posto delle pistole banane. Contro il sistema dell’arte e soprattutto la sua mercificazione c’è Girl with balloon, che di recente, appena battuta all’asta di Sotheby’s per 1,2 miliardi dollari, Bansky ha distrutto con un dispositivo nascosto dentro l’opera stessa, come ha mostrato con un video pubblicato su Instgram. E poi ovunque sono i suoi Rat, anagramma per Art. «Esistono senza permesso», afferma il Banksy ossessionato; «sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia. Eppure sono in grado di mettere in ginocchio l’intera civiltà». Tengono in mano e in spalla i cartelli della protesta sociale, insieme con scimmie. Uno recita in inglese: “Ora ridete, ma un giorno saremo noi a comandare”.  Non può mancare la sua famosissima Love is in the air, che sostituisce la molotov con un mazzo di fiori.

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