Antonello Da Messina al Palazzo Reale di Milano

Antonello da Messina, Annunciata (1475-1476) - Palermo, Galleria Regionale di Palazzo Abatellis © Giulio Archinà

L’antologica Antonello da Messina, in mostra a Palazzo Reale di Milano espone 19 capolavori del corpus operae antonelliano, raccolto dal patriota storico dell’arte Cavalcaselle, che in totale ne conta 35. La mostra scuote l’animo per colpa di Antonello, pittore di un Rinascimento non idolatrato come quello fiorentino e romano. Eppure da lui, originario di Messina, dove, in quegli anni, non c’era nessun presupposto che potesse far presentire il nascere e crescere di un artista con quella profondità, ha avuto origine la pittura ad olio che ha imparato dai fiamminghi e poi trasmesso al Bellini e da lui al Nord Italia. Con una differenza fondamentale che però mi piace rilevare subito perché tanto dice di Antonello: per i suoi capolavori usa sempre formati molto piccoli tutti standardizzati con un rapporto fisso tra altezza e larghezza 4:3, a differenza degli enormi teleri veneti. Si pensi alla Predica di San Marco in una piazza di Alessandria d’Egitto dei fratelli Bellini dalle dimensioni XL 347×770 cm. Invece Antonello realizza delle fototessere con ritratti che pur in formati risibili riproducono perfettamente chi era in posa. Tutto merito della pittura a olio che permette rese iperrealistiche, fotografiche, dei particolari. In tal senso, è esemplare in mostra San Girolamo nello studio, dove ogni dettaglio è ulteriormente dettagliato in una sorta di matriosca dei particolari. Lo studiolo è un soppalco in legno ora intarsiato, ora con venature a vista. L’ambientazione è tutta legno a eccezione del muro, tracciato con poche linee di biacca a disegnare i mattoni, sul quale si staglia il crocifisso. C’è una ricca fauna all’interno: il leone, tipico dell’iconografia del santo, si aggira nel corridoio voltato a botte, una pernice e un pavone stanno in coda per abbeverarsi da una brocca d’acqua in rame. Più domestico è il micio, il cui manto è reso in tutta la sua morbidezza al punto da essere tattile. Sui libri aperti si vedono le scritte e i fogli svolazzano nell’aria. Non minore è il realismo della Crocifissione, dove i corpi dei due ladroni per il peso della morte si inarcano sulla schiena. Soltanto quello di Cristo, pronto a risorgere, non è del tutto abbandonato su stesso. La disperazione delle Madri sotto è espressa attraverso la gestualità delle mani. La seconda fase di questa morte pronta a tornare in vita si può vedere a Palazzo Reale nel Cristo morto sorretto da tre angeli, restaurato nel 1939- 1940 da Mauro Pellicioli per risanare e consolidare la tavola imbarcata, e rimuovere le ridipinture di un intervento tardo settecentesco, quando i volti furono abrasi in modo irreparabile, e sostanzialmente ridotti alla preparazione.
Peccato perché sono straordinariamente effigiati quelli della galleria di ritratti di uomini illustri al primo piano di Palazzo Reale. Tra tutti il più celebre è il Ritratto d’uomo, meglio conosciuto – non da Roberto Longhi, che rifiutava questa identificazione – come Ritratto di ignoto marinaio, la Gioconda per il sorriso beffardo, del pittore siciliano. Non ci sono, invece, ritratti muliebri se non quelli delle Madonne bellissime esposte. Anche la Madonna Benson è caratterizzata da una gestualità estremamente realistica nella mano del Bambino tesa a cercare il seno-nutrimento della mamma, come un bambino qualsiasi- mio nipote non si fa mai mancare l’occasione della ricerca, anche ora che ha quasi 4 anni. Anche quello della Madonna con il Bambino e due angeli reggicorona coglie un tipico atteggiamento infantile, quello di tirare i capelli a chi lo tiene in braccio. In questo caso tira il velo in chiffon bianco con una iperrealistica resa del tessuto. Anche le vesti in velluto degli uomini si sentono al tatto. C’è poi l’Annunciata coperta da uno chador di lapislazzuli e biacca, che immerge in un viaggio trascendentale. L’opera è una delle più mistiche mai realizzate perché è fatta soltanto della preziosa pietra e di uno sguardo e gesti carichi di severa pudicizia, che fanno presupporre la presenza per negazione dell’arcangelo Gabriele che spinge la giovanissima Vergine, colta a leggere nell’intimità dell’hortus conclusus (simbolo di verginità), ad abbassare repentinamente lo sguardo e chiudere bene il velo, con riga in mezzo (fatta semplicemente tirando una linea), sul petto che indossa un top porpora troppo peccaminoso, e ad allungare la mano per allontanare l’angelo annunciante, ma anche lo spettatore curioso. Scuote l’animo il misticismo dell’Ecce HomoÈ troppo umano questo figlio di dio che versa lacrime-gocce di vetro e fa piangere anche chi lo guarda. Emaciato nel volto non bellissimo e non occidentalizzato nei lineamenti, come da tradizione iconografica, e piangente per la sentenza di morte ricevuta fa partecipare al suo dolore anche la cornice spoglia. La mostra si chiude con un’altra Madonna con Bambino, esposta centralmente nell’ultima sala e opera non di Antonello, ma del figlio Jacobello, il quale  si firma “Figlio del pittore non umano“. Antonello da Messina, con la forza della sua pittura, carica di mistero, appare sulla scena senza che niente abbia fatto minimamente presagire una grandezza assolutamente gratuita e inaspettata, tanto da essere definita da Roberto Longhi come “una grandezza che spaura”.

Clicca qui per vedere la gallery con i capolavori in mostra.

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