Il ritrovato ‘Cristo portacroce’ del Vasari ci fa viaggiare nel Rinascimento

Giorgio Vasari (Arezzo 1511 - Firenze 1574) Cristo portacroce, 1553 olio su tavola, cm. 90,8 x 71 Collezione privata. Immagine da Ansa

È stato battuto a un’asta ad Hartford (Usa) un magnifico Cristo portacroce dipinto da Giorgio Vasari, del quale l’esperto Carlo Falciani ha riconosciuto il Cristo portacroce,  identificandolo nel quadro registrato da Vasari nel proprio libro delle Ricordanze. Giorgio Vasari non è certo noto come eccellente pittore, ma piuttosto come il primo e più grande storico dell’arte, grazie alla redazione nel 1550 de Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, il più prezioso e monumentale archivio di biografie degli artisti tutti del Rinascimento. E Vasari seppe davvero selezionare i migliori, senza trascurare i minori (o meglio i  più negletti) – non dimenticò nelle sue Vite, per esempio, di citare i ferraresi e gli emiliani che negli stessi anni dei grandi maestri del Rinascimento ne proponevano uno tutto loro con distorsioni al limite dell’espressionismo. Questo perché Vasari conosceva tutte le principali opere dei migliori artisti della penisola. Perché egli era anche un amatore appassionato di quel che vedeva. Al punto che Vasari divenne in pittura uno dei più celebri manieristi del Seicento. Tuttavia a discolpa sua e degli altri manieristi, c’è da dire che l’arte rinascimentale aveva scalato le vette più alte e non poteva superarsi. Così si cadde nell’errore dell’affettazione e dei virtuosismi. Tuttavia questo Cristo portacroce muove l’animo già soltanto a vedersi in una piatta riproduzione fotografica e video. L’artista aretino lo aveva dipinto per il banchiere e collezionista Bindo Altoviti, mentre era a Roma al servizio di papa Giulio III. Della sua storia nel corso dei secoli si sa poco: acquistato dai Savoia, nel ‘600 molto probabilmente finì in Francia e poi se ne sono perse le tracce. Con l’asta statunitense viene, dunque, restituito alla collettività dopo esser stato considerato a lungo perduto. Il Cristo è preso e torto da quello caravaggesco de la Cena in Emmaus conservata alla National Gallery di Londra. Sicuramente i due figli di Dio avevano lo stesso parrucchiere con il gusto per i riccioli e la riga nel mezzo. Ma il Cristo di Merisi è frontale, quello dell’aretino è invece ripreso di profilo che permette lo scorcio della croce che così pare più pesante gravare sulla spalla. Poi quello di Vasari è di malinconia straziante per l’affettazione del volto barbuto, a differenza del caravaggesco che però doveva manifestarsi pulito per farsi riconoscere. Il braccio portacroce nerboruto e tonico, invece, guarda a un altro Michelangelo, il Buonarroti, indubbiamente il prediletto da Vasari. E rimanda a un’altra raffigurazione dello stesso soggetto  da parte di Giovanni Bellini, che pare prestare un riferimento al Vasari ancora più preciso. Meravigliosa la veste di cui si può sentire sulla mano scorrere la morbidezza e delicatezza della seta e ci rimanda all’uso quasi fotografico dei colori a olio, di cui furono maestri inarrivabili i fiamminghi e in Italia, tra i tanti,  Antonello da Messina e Piero della Francesca. C’è poi da dire, a difesa del manierista aretino,  che non può mancare affettazione nelle riproduzioni di Cristo tramandato alla storia e all’arte come un uomo bellissimo, con i capelli lunghi e scuri, gli occhi chiari. Iconografia che si ripropone uguale fino al cinema: si pensi al figaccione usato da Franco Zeffirelli. Soltanto Pier Paolo Pasolini nel suo Vangelo secondo Matteo sceglie un interprete bello ma non impossibile. E invece, secondo la scienza, Cristo assomigliava più a un uomo preistorico che a un modello di SuitSupply.

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