Pasqua a tutto cioccolato

Odio le feste comandate, soprattutto quelle religiose. Il valore spirituale della ricorrenza ho cercato di celebrarlo ieri, suggerendovi la visione del film di Antomoro, ma ora passo  e resto per tutta la settimana alla parte più ludica della festa. Anche perché, pur ritenendo la passione di Cristo , morte e parusia tra le più belle e appassionanti storie di sempre, innanzitutto, la pasqua per me significa cioccolato, ossia dipendenza grave. Sin da piccola, ogni giorno mangiavo un ovetto con sorprese che affollano tutti i cassetti di casa. Quando l’ho confessato al professor Franco Berrino, mi ha sgridata e se l’è segnato divertito sul suo taccuino: avevo una vera e propria dipendenza da ovetti. Poi ho iniziato la sua dieta e, quando sono uscita dall’ospedale, Antonia mi ha accolta proprio con un ovetto premio per aver sopportato la malattia a testa alta, ma dolente. Non ce l’ho fatta: ormai abituata al gusto amaro anche nei dolci, ho sputato quello che avevo in bocca e buttato gli altri due, senza alcun rimpianto: non mi piaceva affatto. Però tuttora non riesco a fare a meno del cioccolato che consumo amaro al 100%, quindi del tutto privo di zucchero. Soltanto rare volte mi concedo percentuali di zucchero maggiori che però mai scendono al di sotto del 70 %, raccomandata da Marco Bianchi. Ma alla macrobiotica non sta bene nemmeno il 100%, in quanto – mi ha spiegato chef Sergio, un mio maestro di macrobiotica – anche nel cioccolato totalmente amaro una minima percentuale di zucchero è inevitabilmente presente. Ma io non riesco proprio a farne a meno, quindi lo consumo spesso. Ci ho provato con i vice, sostituendolo con la carruba, ma non è all’altezza. È un mio sapore-ricordo dell’infanzia: da piccola, mio papà la raccoglieva dagli alberi del nonno e io la sgranocchiavo, nonostante mio nonno me la vietasse definendola foraggio per i maiali. Buongustai i maiali! Ma ne parleremo domani…

Mangiare uova di cioccolato a Pasqua è tradizione antecedente l’avvento del cristianesimo. I cristiani non hanno inventato mai niente: l’iconografia cattolica riprende ampiamente quella pagana o se ne appropria lettaralmente. A Roma le colonne coclidi di Aureliano e Traiano sono sovrastate da croci che hanno combattuto una facile crociata per trasformare le opere di chi credeva negli dei in quelle di chi credeva in Dio. Castel sant’Angelo era mausoleo imperiale di Adriano, prima che residenza estiva del papa.
E l’uovo ha sempre rappresentato un simbolo di vita, unione, completezza tanto che secondo alcune credenze legate alla mitologia e al paganesimo, il cielo e il pianeta erano considerati due emisferi che andavano a creare un unico uovo, mentre gli Egizi consideravano l’uovo come il fulcro dei quattro elementi dell’universo. I Persiani erano soliti scambiarsi uova – principalmente di gallina – per celebrare l’arrivo della stagione primaverile. Il Cattolicesimo riaffermò con forza l’uovo come simbolo di nascita rielaborandolo in una nuova prospettiva di resurrezione: l’uovo cioè appare privo di vita ma la conserva al suo interno, proprio come il sepolcro di Gesù sembrava solo un giaciglio di sassi e pietre inermi, ma Cristo è tornato a vivere. È nel 19° secolo che arrivarono le uova di cioccolato grazie a una serie di progressi tecnologici e industriali che permisero ai maestri cioccolatieri europei di lavorare con più facilità il seme di cacao.

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