Cronaca di un marziano a Milano ai tempi del coronavirus: la seconda uscita

Dopo 27 giorni di clausura forzata senza mai uscire di casa, fino a stamattina, quando finalmente potevo tornare dal dentista a otturare due denti, la cui scoperta mi era valsa la prima uscita in periodo di quarantena: dovevo disinfiammare l’area, prima che avessero potuto intervenire. Mi alzo all’alba, e non ci sono più abituata, per arrivare puntuale, dal momento che soffro di ritardite cronica, incurabile.

Scusatemi tutti, prima o poi… riuscirò a capire dove sbaglio.

Ma torno alla cronaca della mia uscita: arrivo puntuale, accompagnata da Antonio, che pur di uscire, vorrebbe sfruttarmi come figlia che può andare in giro con un genitore, malgrado la mia età. Ovviamente io non sto a questi squallidi mezzucci per vivere la mia libertà come e più di prima. Anche perché io il mal di denti non lo tollero e ho una gran fifa del dentista. Compiliamo la certificazione e poco prima di uscire di casa, gli Antoni procedono alla mia vestizione: mascherina a coprire bocca e naso come da nuovi ordini della Regione Lombardia, c’è caldo, alla fine la primavera è arrivata anche qui, e non ha – come noi uomini- fermato il suo corso. Ho una voglia matta di truccarmi e indossare i miei anelli e orecchini vistosi, ma poi penso che potrei fare ritardo e ci rinuncio, e soprattutto, sotto la mascherinae i guanti cosa metto? Semplicemente indosso il cappotto di stagione e Antonia, come dovessi entrare in sala operatoria, mi infila i guanti di lattice:questi non li tollero affatto finché non arriviamo in ospedale. Appena varco la soglia della porta di casa, il piede incede titubante, affatto disabituato. Faccio le scale completamente scoordinata nei passi e cammino anche peggio. Non è facile tornare a camminare in strada, dopo essersi abituati a quella sul posto. Con me e Antonio la strada è affollata da uomini-mosche, tutti disegnati allo stesso modo da un David Cronemberg che ci dipinge tutti uguali: uomini e donne solo occhi. All’arrivo parcheggiamo facile, inusualmente. Puntuali, inusualmente. Anche loro, puntualissimi mi fanno entrare. E la dottoressa mi chiede cosa devo fare: due otturazioni. “Non si può, possiamo fare solo urgenze”. “il dente a destra lo è: fa un male assassino e e credo sia ancora tutto infiammato perché ho febbre da cinque giorni”. Non lo avessi mai detto! Come in un film lei scompare di colpo e iniziano ore di surreale isolamento in cui posso soltanto sentire voci preoccupatissime che a volte  alzano quella di lei per dirmi che si sta proteggendo per poi potere intervenire. Cosa che non avverrà mai, e “mai” avrei pensato di bramare un intervento odontoiatra. Per non addormentarmi gioco nel pensiero a Nomi, cose,città. Tuttavia la dentista per almeno due ore non si vede più(se si sta proteggendo, starà indossando l’armatura) e, al suo posto, sfilano doversi dottori -spie che mi chiedono da quanto ho la febbre e dove e come sono uscita.  Nessuno chiede se l’ho fatto, dandolo per certo. Io rispondo con la mia mascherina in faccia che mi soffoca, ma guai a tossire o mi cremano! Poi si va alla ricerca disperata di qualcuno che mi prenda la temperatura. Sono in ospedale, ma non trovano nessuno per almeno due ore. Torna la vestizione e mi portano per tunnel ora bollenti, ora ghiacciati alla ricerca di questo termometro inesistente, che con questi sbalzi potrebbe esplodere. Le spie fuori complottano che si devono far mandare una scatola di temometri, ogni tanto li interrompe la voce della dentista a ricordarmi che si ricorda di me. Antonio si offre per andarlo a comprare, ma gli dico di no. Torno nella mia sala di reclusione dove mi raggiunge un’altra infermiera e mi prende la temperatura: 36,8. penso che finalmente sarò torturata e me ne rallegro. Invece, mannaggia a me, ne combino un’altra perché la dentista mi dice che deve farmi una panoramica e io, che subisco radiazioni dal 2013, lo faccio presente e le dico che ne ho già fatta una il 6 marzo, mi risponde che il dosaggio è così basso che non devo preoccuparmi per le radiazioni e che me ne deve fare per forza un’altra perché c’è ancora infiammazione. Insomma, non mi può otturare il dente che però è stato toccato ripetutamente e, dunque, duole feroce. Mi prescrive antibiotico per 5 giorni. “Se il male non passa, mi chiami e torni”, altrimenti facciamo passare questo periodo di allerta. Questo significa che non sono ancora libera dal male, ma con l’antibiotico posso tenerlo a bada. Il problema vero è che ora voglio #restareacasa, ma devo passare prima dalla farmacia a prendere le medicine. Le papere ci seguono all’uscita. Così facciamo, superando la prima farmacia dove la fila svolta l’angolo, alla seconda che incontriamo ci sono soltanto una decina di persone in coda. Ci fermiamo. Arriva una vecchietta, incredibilmente senza occhiali da sole, che ci chiede di potere passarci davanti perché lei ha 85 anni ed è lì solo per prendere le mascherine, che Fontana ieri ha promesso gratis ai lombardi. Le rispondo educatamente di rimanere dietro perché ho avuto una mattinata infernale e voglio tornare a casa. Dietro, intanto, la coda si allunga velocemente e davvero senza fine e sento tutti parlare di queste mascherine desiderate a gratise faccio notare un cartello con la scritta No mascherine. Compro i miei farmaci e finalmente #restoacasa.

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Una risposta

  1. 7 Aprile 2020

    […] adesso possiamo ammalarci soltanto si covid-19? No, perché io desidero che mi passi il mal di denti, ma come si fa se gestiscono soltanto le […]

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