Mascherine mascherate di sana utilità: ma servono veramente?

Gianmaria Volontè in 'Banditi a Milano'

Mascherine. Stamattina ne parlavo in chat con la mia amica Sonia. Che mi ha girato un articolo comparso sul Messaggero il 21 maggio e che mi ha fatto riflettere su diverse questioni di cui sto parlando in questi giorni di lieve allentamento della quarantena. Sin dal suo inizio, mi sono rifiutata di indossare le mascherine, perché, avendo passato poco meno di due anni in infettivologia, per ricercarmi le cause mai definitivamente comprese di una infezione che mi provocava perennemente  febbricola, posso rifervi la mia esperienza diretta sulle misure di precauzione che dovevo prendere ogni giorno. In infettivologia ero tenuta a indossare mascherina, guanti, camice e sovrascarpe, ma non perché potevo infettare chi era nel reparto con me, ma per non prendermi pure le infezioni degli altri pazienti. Così ho fatto per quasi due anni e il materiale di protezione mi veniva sempre fornito nuovo dalla caposala. Tuttavia, per non prendere la multa e soprattutto per far stare tranquilli i miei genitori, che già faccio sempre angosciare, la metto, soprattutto da quando me la ha fatte mia zia in stoffa, molto fashion. Eppure faccio fatica a respirare quando la porto e soprattutto da quando ho un’allergia come poche nel passato. La mette persino Antonia che soffre pesantemente di claustrofobia e ogni volta attacca il pippone angosciato e angosciante del “non respiro”. Ad Antonio è venuto un orzaiolo, che il farmacista ha detto essere stato cagionato proprio dalla mascherina che veicola verso l’occhio l’aria che respiriamo, perché – non ci crederanno i luminari della Scienza –  sì, bisogna respirare. E se la quarantena è davvero finita, ma non posso respirare l’aria degli ambienti all’aperto, mi chiedo quando mai siamo usciti dalla quarantena. E se penso a tutti i patetismi che sento da mesi del tipo Stiamo distanti oggi per riunirci domani, mi infurio. Poi con Sonia riflettevo anche sui cazziatoni che ci fanno periodicamente sulla necessità di essere riconoscibili, ma sì devono esserlo le donne che indossano il burka o il chador perché la loro religione non è la nostra, o quelli che si coprono il volto per rapinare, perché rubare è peccato mortale. Persino a me hanno fatto la predica perché dovevo rifare la carta di identità, appena uscita dall’ospedale, per farmi asportare la recidiva, e avevo osato indossare un foulard per non far vedere i capelli rasati a cerchietto e le cicatrici delle operazioni tenute insieme da un filo nero. Devi essere riconoscibile, queste foto-tessere non vanno bene. Ma, signora, ci arriva che se lo indosso è per un motivo serio? Quale? Non ci è arrivata, anzi mi ha minacciata che o le andavo a rifare o chiamava i carabinieri, o non mi rifaceva il documento. Le ho rifatte, soltanto perché dovevo prendere un aereo. Credo che sia la persona che ho odiato più di ogni altra nella mia vita. “Stiamo distanti oggi per riunirci domani”.
Comunque dobbiamo essere tutti riconoscibili, quando e se vogliono loro e ce ne andiamo in giro da mesi come banditi. Io dall’inizio della quarantena non vado a prelevare perché il mio bancomat è circondato da pali mascherati e preferisco aspettare di ritirare i miei soldi in un bancomat più sicuro, anche perché laddove c’è vero pericolo, i carabinieri in via Padova non ci stanno: troppo occupati con le delinquenti in foulard!
Comunque il pezzo del Messaggero spiega che, secondo Paolo D’Ancona, medico epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), sul tessuto le particelle virali infettanti sono state rilevate fino a 24 ore dopo la contaminazione mentre nello strato interno delle mascherine chirurgiche sono state rilevate fino a 4 giorni dopo.

È vero che ci dicono di cambiare le mascherine frequentemente, ma ci hanno pure detto che le avremmo trovate a 0,50 cent. E, allora, queste sono  le indicazioni ad interim sulla gestione e smaltimento di mascherine e guanti monouso provenienti da utilizzo domestico e non domestico, nella versione del 18 maggio 2020.

 

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